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Il Sud Italia in ginocchio: il covid brucia più posti di lavoro che in 5 anni di crisi

Lug 16, 2020 | Mondo | 0 commenti

La pandemia di covid-19 ha messo l’Italia in ginocchio, facendo crollare il Pil, costringendo aziende e negozi ad abbassare le serrande, rinchiudendo tutti nelle mura domestiche. E ha causato una vera emergenza lavorativa, il cui impatto al Sud sarà tremendo. Il Mezzogiorno perderà nel 2020 circa 380 mila posti: un cifra enorme che supera quella registrata in cinque anni tra il 2009 e il 2013, quando il totale di occupati che si ritrovò a casa senza stipendio raggiunse i 369.000.

In un paese che deve fare i conti con la cronica assenza di opportunità, le aree più povere soffrono terribilmente la batosta economica causata dal coronavirus, che infierisce su un Meridione già in recessione, che non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi 2008 in termini di prodotto e occupazione. Così se il Centro-Nord deve affrontare un calo di occupati del 3,5 per cento (circa 600 mila lavoratori), nel Sud la riduzione è pari al 6 per cento (380 mila persone). La vera ripresa delle assunzioni comincerà nel 2021, più alta nelle regioni centro-settentrionali del Paese (2,5 per cento) e più lenta in quelle meridionali (1,3 per cento). “Per effetto di tali andamenti, l’occupazione meridionale scenderebbe intorno ai 5,8 milioni, su livelli inferiori a quelli raggiunti nel 2014 al culmine della doppia fase recessiva”, si legge nel report dello Svimez, che fa notare come “il tasso di occupazione scenderebbe di circa 2 punti percentuali e mezzo al 42,2% per risalire di un punto nel 2021”.

Il covid-19 ha causato una perdita di 380 mila posti di lavoro nel Sud Italia, impoverendo le famiglie – Getty Images

Le previsioni 2020-2021 elaborate dall’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno mostrano in tutta la loro gravità le ripercussioni sociali che la pandemia avrà sul Sud Italia, capace di bruciare così tanti posti di lavoro per via della grande “pervasività settoriale” di questa emergenza occupazionale. Infatti, se la crisi del 2008-2009 aveva colpito soprattutto il manifatturiero e le costruzioni, risparmiando in parte il settore dei servizi che aveva assorbito i professionisti che si erano trovati in difficoltà, “sia pur parzialmente e con effetti di peggioramento della qualità del lavoro”; ora il tracollo provocato dal coronavirus ha danneggiato anche molte delle attività del “terziario ben presenti nelle specializzazioni produttive del Sud”, si legge nello studio dell’associazione. In sostanza, l’effetto negativo è stato travolgente, anche in ragione del fatto che in questi anni l’instabilità e il precariato hanno pesato insistentemente sul mercato del lavoro meridionale, già piagato dalla sistematica diffusione del sommerso e dell’irregolarità.

Il mercato del lavoro del Mezzogiorno è fortemente caratterizzato da precariato e dal sommerso – Svimez

Senza dimenticare poi che i piani per rilanciare l’occupazione, attraverso un rafforzamento dei centri per l’impiego e l’introduzione dei navigator, hanno subito una forte battuta d’arresto e non si sono dimostrati capaci, finora, di mantenere gli impegni presi da quando è stato lanciato il reddito di cittadinanza. La pandemia ha colpito l’Italia in un momento critico per il Mezzogiorno, la cui base produttiva non si era ancora rialzata dalla “lunga crisi” (2008-2014) quando è sopraggiunta l’emergenza sanitaria.

LEGGI ANCHE: Del Conte (Bocconi): “Navigator, spreco di fondi Ue e mancanza di programmazione: così si creano nuovi disoccupati”

La riduzione dell’occupazione comporta naturalmente meno reddito disponibile e quindi un abbattimento dei consumi sia al Centro-Nord (-10,5 per cento) sia al Sud (-9,1 per cento). Dinamiche che si intrecciano con il crollo della produzione e che si riflettono quindi in una diminuzione del Pil in tutta Italia (-9,3 per cento), con una riduzione dell’8,2% nel Mezzogiorno e del 9,6% nel Centro-Nord. “La caduta in tutte le principali componenti della domanda interna ed estera, unitamente ai problemi di liquidità progressivamente emersi e all’incertezza su tempi ed entità della ripresa è tale da determinare un significativo arretramento nel processo di accumulazione al Sud: -13,0%. Nel Centro-Nord, la componente in macchinari si contrae di quasi il 18%, a fronte del -10.7% nelle regioni meridionali. In entrambe le macro-aree il rapporto investimenti/prodotto verrebbe a collocarsi intorno ai valori minimi riscontrabili dal 1980, interrompendo bruscamente il modesto recupero avviato dopo il 2015”, fanno notare i ricercatori dello Svimez.

Secondo l’istituto, l’anno prossimo il Mezzogiorno dovrà accontentarsi di una ripresa dimezzata. Il Centro-Nord registrerà un aumento di Pil pari al 5,4 per cento, il Sud si fermerà a quota 2,3 per cento. Questo anche grazie al sostegno delle politiche pubbliche, che hanno permesso di attenuare la gravità del quadro previsto per il 2020. I 75 miliardi di euro stanziati per contrastare le conseguenze del coronavirus hanno fermato la caduta del Pil, che è stata contenuta di circa 2,1 punti percentuali  nella parte centro-settentrionale del Paese e di quasi 2,8 punti nel Mezzogiorno, “anche se in termini pro-capite il beneficio è maggiore al Centro-Nord (1344 euro) rispetto al Mezzogiorno (1015 euro)”, conclude lo studio.

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