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La Nato è in crisi e si spacca sulla Turchia e la Libia

Giu 24, 2020 | Mondo, Politica | 0 commenti

La Turchia continua a creare problemi all’interno della Nato e stavolta è la Francia a insorgere contro Ankara in seguito al gravissimo episodio dello scorso 10 giugno quando la nave cargo “Cirkin“, diretta a Misurata e scortata da tre fregate turche, veniva intercettata dalla fregata francese Courbert e dalla Spetzai greca con l’intento di ispezionarne il cargo, secondo quanto previsto in base all’embargo sulle armi imposto sulla Libia. Le navi turche hanno però prima negato il permesso, poi hanno puntato il radar a luci infrarosse contro le navi greca e francese e hanno fatto schierare militari con giubbotti anti-proiettile. La nave cargo ha così potuto proseguire il proprio tragitto verso il porto libico.

Stavolta però Parigi non ha alcuna intenzione di farla passare liscia ad Ankara e in seguito alle pressioni del Ministro della Difesa francese, Florence Parly, la Nato ha aperto un’inchiesta, secondo quanto dichiarato dal Segretario Generale Jens Stoltenberg.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha affermato che “la Nato è in stato di morte cerebrale”, senza alcun coordinamento su decisioni strategiche e con un suo Paese membro che aggredisce gli altri partner che stanno implementando misure sotto il comando della stessa Alleanza Atlantica.

La Nato ha ancora senso?

Macron ha ragione quando dice che “la Nato è in stato di morte cerebrale” e il problema va ben oltre il mancato coordinamento decisionale, perché ogni Paese membro sembra avere una propria agenda politico-strategica, spesso in contrasto con quella di altri Paesi partner. In Libia infatti la Francia e la Grecia sostengono l’Lna mentre Turchia, Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti sostengono il Gna. È però ovvio che Turchia, Italia e Gran Bretagna sono a loro volta in competizione tra loro per le risorse energetiche del Paese nordafricano e qualsiasi tipo di collaborazione, come quella di stampo militare turco-italiana in atto in questi giorni, rischia di essere fragile, di breve durata e dalle conseguenze controproducenti sia per l’Italia che per l’Europa.

Gli Stati Uniti dal canto loro hanno già da tempo confermato, tramite l’Africom, il proprio sostegno alla Turchia accusando Mosca di fornire aerei all’Lna di Haftar. Una visione piuttosto miope considerato che Ankara sta ancora bloccando il piano della Nato per la difesa di Polonia e Paesi baltici, su richiesta effettuata dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014. Una posizione, quella turca, particolarmente gradita dal Cremlino.

I problemi della Nato vanno però ben oltre la Libia e basta pensare a quanto avvenuto il mese scorso al confine greco-turco, quando i militari di Ankara hanno occupato una porzione di territorio greco, di circa 1,6 ettari, ubicata sulla sponda orientale del fiume Evros, corso d’acqua che scorre appunto lungo la turbolenta frontiera tra il Paese Ue e quello islamico.

Il 28 aprile un soldato turco aveva invece sparato colpi di arma da fuoco in direzione del territorio greco, dove si trovava una pattuglia tedesco-greca di Frontex, assieme alla polizia ellenica di confine. Nessun militare è stato ferito, come riportato da un portavoce del governo tedesco, ma sulla faccenda è partita un’indagine.

Così, mentre i vari partner europei della Nato si azzuffano per le risorse libiche, Washington è ancora in preda a una russofobia da era sovietica che le impedisce di vedere rischi ben più seri e concreti, come il doppio gioco di Ankara e l’espansione dell’islamismo radicale sostenuto proprio dai turchi. Gli Stati Uniti sono del resto geograficamente ben lontani dall’area Mediterranea.

Il nodo turco

E’ già stato evidenziato in più occasioni come Ankara tenga i piedi su due staffe, stringendo accordi con Mosca da una parte ma utilizzando la propria appartenenza alla Nato per farsi scudo nel momento in cui questi accordi non vengono rispettati, come già dimostrato a Idlib, o in Libia dove la Turchia si presenta come paladina di un Gna per troppo tempo controllato da milizie islamiste e trafficanti e oramai ridotto a regime-fantoccio di Erdogan.

Forse la Nato e in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna, sperano ancora di poter utilizzare Ankara in chiave anti-Assad, dimenticando però che la questione siriana si è già conclusa a favore di Mosca ed un’eventuale (e attualmente ancora improbabile) uscita di scena di Bashar al-Assad non cambierebbe di certo la situazione.

In Libia invece la situazione è ben più seria, con una parte della Nato, tra cui l’Italia, che spalleggia quella stessa Turchia che non soltanto ha rifornito e sostenuto i jihadisti che la Coalizione della Nato diceva di voler combattere in Siria, ma che li ha anche trasferiti in Libia per utilizzarli a favore del governo filo-Fratelli Musulmani di Fayez al-Serraj; quella stessa Turchia che sta palesemente violando l’embargo della Nato, trasferendo in Libia armi sia a Tripoli che a Misurata, sotto il naso dei militari italiani.

I francesi hanno capito che lasciare mano libera ai turchi in Libia significa fornire ai jihadisti un ottimo trampolino di lancio verso l’Europa e un “doppio-rubinetto migratorio” col quale ricattare l’Europa sia da sud che da est. Stranamente però a Roma non sembrano preoccupati di ciò, del resto l’Italia non è stata oggetto di attentati jihadisti.

Il presidente turco Erdogan è ben consapevole della debolezza e la frammentazione della Nato e ne trae vantaggio muovendone le pedine a suo favore. L’Alleanza Atlantica non ha più alcuna “ragion d’essere” in assenza di una strategia coordinata e fondata su obiettivi comuni, come già espresso da Macron. Il fatto che la Turchia, Paese sponsor dell’islamismo radicale, possa opporsi ai piani di difesa Nato da implementare in Europa dell’est facendo chiaramente gli interessi di Mosca, il fatto che l’esercito turco possa aggredire altri partner Nato mentre il Mit (i servizi segreti turchi) importa jihadisti e occupa basi militari a poche miglia dalle coste europee senza che nessuno muova un dito è forse l’espressione più evidente del declino dell’Alleanza Atlantica.

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