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Manipolato il crypto crash di marzo 2020

Lug 23, 2020 | Blockchain, Fintech | 0 commenti

È stato pubblicato ieri un report molto dettagliato riguardante l’episodio del crypto crash avvenuto a metà marzo 2020 che ha fatto precipitare i prezzi di tutte le criptovalute.

Il danno più grosso si è avuto con il repentino calo del prezzo di Ethereum (ETH) di circa il 40% in poche ore. Questo ha comportato di riflesso la liquidazione e chiusura di parecchi vault che erano stati aperti proprio mettendo a collaterale ETH per generare la stablecoin DAI.

Inoltre, questa congestione aveva fatto chiudere posizioni a 0 bid, permettendo di recuperare ETH a buon prezzo, visto che quando va in liquidazione un vault, per incentivare l’acquisto del collaterale, il prezzo subisce un forte sconto e quindi in molti ne hanno beneficiato: parliamo di circa 8 milioni di dollari in ETH.

Cosa è avvenuto durante il crypto crash di marzo 2020

Per scrivere il report relativo a questo crypto crash il team di Blocknative ha analizzato oltre 30 milioni di righe di dati del 12 e 13 marzo 2020, ed ha scoperto che è stato un attacco elaborato e che ha generato 3 tipi di problemi:

  • Stuck Transactions: si è saturata la mempool e questo ha permesso di mandare in stallo le transazioni, bloccando quelle successive dallo stesso indirizzo;
  • Mempool Compression: si è ridotta parte della mempool per renderla efficiente in proporzione al gas;
  • Hammerbots: le transazioni automatiche generate dai bot hanno amplificato i precedenti problemi.

Quando viene effettuata una transazione questa passa dai nodi che la analizzano e se il gas è troppo basso viene messo in coda, in attesa la rete si normalizzi.

Ma questo tipo di transazione “evicted” non viene riconosciuta dal nodo e quindi c’è una discrepanza tra quando la transazione parte e l’effettiva elaborazione.

Questo problema si accentua soprattutto se le transazioni partono dallo stesso account, quindi nel caso in cui una transazione non venga processata e se ne fa un’altra, il sistema si congestiona. È lo stesso processo che avviene usando i bot che processano diverse transazioni in automatico.

Passando invece alla compressione della mempool, vediamo che all’aumentare delle richieste e delle transazioni, il nodo non riesce a processarle tutte ed inizia a fare una selezione di quelle più profittevoli, quindi quelle con più gas.

Ma in questo modo si tagliano fuori tutte quelle che hanno un gas troppo basso, cosa che ha fatto gradualmente aumentare la soglia minima per il gas per una semplice transazione. Questo problema in questi giorni è ancora più accentuato che mai.

Infine il problema è stato amplificato dai bot, ed in particolare da un tipo di bot soprannominato Hammerbot, in quanto questi consumano le risorse della mempool e, invece di aumentare il gas, questo rimaneva identico nonostante la certezza che le transazioni non sarebbero state processate. Questo ha di fatto distrutto l’ecosistema della mempool, cosa che ha portato ai problemi sopracitati.

Nel dettaglio, parliamo di una frequenza di rimpiazzo delle transazioni ogni 6.86 secondi, per un totale di almeno 418 transazioni di rimpiazzo uniche con la stessa nonce.

Ciò ha permesso di sfruttare i “zero bid bot” per ottenere un vantaggio non indifferente, visto che la finestra di operazione è di 10 minuti.

Infine il report porta l’attenzione sulle criticità del funzionamento delle mempool, che dovrebbero avere dei parametri da tenere sempre sotto controllo per non avere problemi o prevenirne di nuovi in futuro.

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