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Micheal Green: la Cina potrebbe ‘chiudere’ la rete Bitcoin con soli 7 miliardi di dollari all’anno

Feb 4, 2021 | Blockchain, Mondo | 0 commenti

Micheal Green di Logica Capital teme che la Cina possa attaccare il network di Bitcoin: basterebbero soltanto 7 miliardi di dollari all’anno per iniziare a estrarre blocchi vuoti

Michael Green, chief strategist e partner della società di consulenza per gli investimenti Logica Capital, durante un dibattito con il noto influencer crypto Anthony Pompliano, ha lanciato un allarme in merito al dominio cinese sul mining di Bitcoin (BTC).

La discussione tra i due, che hanno punti di vista estremamente diversi su BTC, è stata pubblicata dal media outlet Real Vision. Green ha sottolineato la quota notevole dell’hash rate globale proveniente della Cina, descrivendo la rete come “incredibilmente vulnerabile” dal punto di vista degli Stati Uniti:

“La stragrande maggioranza dell’attività di estrazione avviene in regioni come la Cina, la Russia e l’Iran. Se aggiungiamo la partecipazione delle mining pool, questi Paesi controllano oltre il 90% dell’hash rate. Questo non è un sistema decentralizzato. […]

La stima attuale di quanto costerebbe chiudere la rete Bitcoin […] se, ad esempio, la Cina decidesse semplicemente di iniziare a estrarre blocchi vuoti […] è di circa 7 miliardi di dollari all’anno. Per uno Stato, non è niente.”

Green ha poi rincarato la dose, dicendo che “è completamente assurdo che il governo degli Stati Uniti si metta in una situazione in cui il controllo del sistema monetario venga esternalizzato nello stesso modo in cui abbiamo scelto di esternalizzare la produzione del nostro iPhone“.

Ma Pomp ha descritto l’affermazione di Green come errata, affermando che Bitcoin è “ampiamente la rete di calcolo più forte del mondo […] da ogni punto di vista“. Ha poi evidenziato la recente “diversificazione” della potenza di calcolo del network, sottolineando aumenti significativi di hash rate che fa capo a società con sede negli Stati Uniti.

Pompliano ha anche contestato l’illazione di Green per cui la distribuzione geografica dell’hash rate di Bitcoin sia rappresentativa della capacità di uno stato-nazione di esercitare un controllo sulla rete:

“Solo perché c’è un qualcosa di simile a dei flussi di capitale altrove non significa che quei governi li controllino”.

Green ha anche parlato di Bitcoin come un mezzo utilizzato dalla criminalità e dai nemici degli Stati Uniti per aggirare le sanzioni e destabilizzare il valore del dollaro. In definitiva, Green ha previsto che è solo una questione di tempo prima che il governo degli Stati Uniti prenda una decisione ufficiale di vietare BTC:

“Non sono favorevole ad un divieto assoluto. In realtà sto solo dicendo che prevedo che alla fine ci arriveremo [ad un divieto]. Se questa decisione sarà buona o cattiva sarà il futuro a dircelo”.

Ma se la previsione di Green si dovesse avverare, spiega Pomp, gli Stati Uniti avrebbero fatto l’errore di escludersi dalla rivoluzione finanziaria globale inaugurata dalle blockchain e dalle crypto:

“Mike, io penso che ha questa credenza che altri Paesi stiano beneficiando di un protocollo aperto, digitale e decentralizzato non sia errata. Ma la reazione o il risultato finale di questo processo non dovrebbe essere la nostra rinuncia ad utilizzarlo, perché questo non impedirà a questi altri Paesi di continuare ad agire come prima. […]

Dovremmo abbracciare [Bitcoin] e fare in modo che gli Stati Uniti rimangano il leader globale del settore.”

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