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Nonostante i benefit di Trump e una Fed in modalità supporto senza limite le banche tagliano i prestiti. Fa paura la bolla Spac

Ago 9, 2020 | Mondo, Politica, Trading | 0 commenti

Con mossa tipica di chi cerca il colpo politico a sensazione, Donald Trump ha preso il toro dell’impasse congressuale per le corna e annunciato un ordine esecutivo relativo al rinnovo delle misure di stimolo per imprese e famiglie scadute lo scorso 1 agosto: eliminazione delle trattenute in busta paga, estensione del benefit di disoccupazione a 400 dollari la settimana dai 600 precedenti, deferimento e rinvio di tutte le spese scolastiche fino alla fine dell’anno ed estensione delle protezioni contro gli sfratti.

Insomma, una dichiarazione d’amore verso la middle class che la Casa Bianca deve aver studiato e calibrato con attenzione certosina negli ultimi giorni, soprattutto a livello di timing. Molti analisti, infatti, davano il pacchetto di rinnovo presidenziale già pronto da prima della scadenza naturale del 1 agosto, anche al netto del tesoretto di finanziamento da 1,8 trilioni di dollari su cui giaceva il Treasury e da spendere entro ottobre. Ma a Pennsylvania Avenue hanno pensato che fosse saggio offrire all’opinione pubblica una settimana di contrapposizione fra Democratici e Repubblicani “sulla pelle” dei cittadini, garantendosi così l’effetto cavaliere bianco nel pieno del primo, vero weekend vacanziero di agosto.

E, soprattutto, in modo da far passare sottotraccia il record di contagiati da Covid negli Usa, oltre 5 milioni. Ma a Washington hanno ben pensato di utilizzare i fuochi artificiali di un’estensione fino a fine 2020 delle misure di tutela anche per silenziare un altro fenomeno che comincia a mostrare la sua faccia più preoccupante: come mostra questo grafico, oggi negli Stati Uniti della Fed onnipresente è virtualmente impossibile ottenere un prestito bancario, al netto dell’irrigidimento quasi senza precedenti di tutti i loan standards in atto.

Bloomberg/Zerohedge

Per ritrovare una dinamica solo frazionalmente più stringente di quella attuale riguardo l’erogazione di credito, infatti, occorre tornare al biennio horribilis del 2008-2009 e pare che nessuna categoria si salvi dalla mannaia che le banche statunitensi hanno posto in essere sugli attivi, chiaro segnale di una più che precauzionale attesa per venti avversi nell’autunno.

Il tutto, poi, alla luce di questo secondo grafico, il quale mostra plasticamente come già da inizio anno gli istituti di credito Usa avessero sposato la linea della cautela estrema in fatto di cuscinetti previsionali sulle perdite legate a prestiti in atto, addirittura con la sola JP Morgan che nel primo trimestre aveva aumentato di 5 volte il suo cuscinetto difensivo a 8,2 miliardi di dollari.

Bloomberg/Zerohedge

E come mostra il prossimo grafico nessuna categoria di prestito pare al riparo dall’ondata di austerity creditizia posta in essere: dai cosiddetti C&I (Commercial and Industrial) fino ai CRE (Commercial Real Estate), dal credito al consumo (carte di credito e finanziamenti per l’acquisto di auto) fino ai RRE (Residential Real Estate).

Bloomberg/Zerohedge

Soltanto i Jumbo Loans, i prestiti miliardari con garanzie altrettanto a nove zeri, hanno conosciuto un trend di stabilizzazione, mentre per gli altri è ormai profondo rosso e minimo storico.

E già prima dell’attuale, ulteriore giro di vite le banche americane avevano cominciato a cautelarsi: se infatti prima del lockdown per un nuovo mutuo immobiliare erano necessari un rating di credito FICO a 620 e il 5% del valore dell’immobile, nella tarda primavera lo standard medio era già salito a 700 di valutazione creditizia e 20% di deposito immediato.

Il tutto, mentre la Fed operava da bancomat ed elargiva liquidità in maniera pressoché a ciclo continuo.

Ma per cosa, quindi? Lo mostra questo grafico, dal quale si evince come dopo dieci mesi di operatività sempre crescente, la Banca centrale Usa abbia finalmente vinto la propria battaglia contro lo stress da finanziamento nel mercato interbancario innescato il 17 settembre 2019 dal balzo senza precedenti di tassi repo.

Bloomberg

Wall Street ringrazia, Main Street un po’ meno. E si affida alla Casa Bianca. Insomma, al netto di quanto immesso nel sistema, le banche Usa hanno comunque necessità di stringere pesantemente i cordoni della borsa, in vista di un possibile tail risk legato alle presidenziali del prossimo novembre o all’evoluzione della pandemia da Covid.

In primis, il rischio di un secondo lockdown su ampia scala che congeli l’operatività e porti giocoforza a maggiori tassi di default e a una prosecuzione delle moratorie federali su pratiche direttamente legate ai finanziamenti, come le ripossessioni o gli sfratti immobiliari. Il tutto senza scordare la criticità principali, il timore maggiore: ovvero, il rischio di una drastica correzione dei corsi azionari, simile se non peggiore di quella occorsa lo scorso marzo.

A a spaventare le banche in tal senso, oltre ai sempre nuovi record del Nasdaq retti ormai solo da espansione dei multipli e buybacks, ci pensa la dinamica mostrata da questo ultimo grafico, tipica dei massimi di fine ciclo.

Goldman Sachs

L’aumento esponenziali delle cosiddette IPO da assegno in bianco (Blank check IPO), ovvero la comparsa in grande stile sul mercato delle cosiddette Spac (Special-purpose acquisition company), aziende che operano come gusci vuoti senza reale operatività ma con l’unica finalità di quotarsi per acquisire o fondersi poi con un’altra azienda, utilizzando a tal fine proprio i proventi dell’Ipo.

L’ultma volta che la bolla Spac esplose fu nel 2007, precedente ben poco rassicurante. Come d’altronde i numeri relativi al fenomeno delle empty-shell companies create ad hoc da team di promotori finanziari e sponsor: da inizio anno, sono state 51 le offerte di quotazione completate da Spac per un controvalore di 21,5 miliardi di dollari, un +145% rispetto al medesimo arco temporale di un anno fa e un numero che già oggi è stato pari agli accordi portati a termine in tutto il 2019, mentre nel 2018 si fermarono addirittura a 35 in totale.

Per Goldman Sachs, banca che ha curato lo studio, un chiaro top indicator di mercato. L’ennesimo. Sarà per questo che, nonostante una Fed in modalità di supporto ancora senza limite e una Casa Bianca in vena di benefit per  tutti, quantomeno fino al 3 novembre, la banche Usa stanno già oggi operando nella medesima modalità posta in essere durante il periodo di crisi sistemica del biennio post-Lehman?

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